Guida turistica di Sorano e del suo territorio

Presentazione

Fra le tante definizioni che sono state date di Sorano e del suo territorio sembra particolarmente calzante quella di “grande museo all’aperto”, con una sottolineatura importante: un museo al tempo stesso storico-archeologico e ambientale, quindi con due facce che si integrano perfettamente.
Ma non basta: spesso il concetto di museo si accompagna a quello di un luogo statico, inanimato, magari coperto dalla polvere dei secoli. Al contrario Sorano, come Sovana, come Vitozza è un museo vivo che si fonde con il suo territorio, lo plasma e ne viene plasmato anche attraverso quell’elemento “magico” rappresentato dal tufo.
A questa definizione se ne possono ora aggiungere altre due, sintetiche, ma non meno efficaci. Le ha coniate l’autore di questa pubblicazione. Sorano, scrive, è vera, è diversa. Aggettivi azzeccatissimi che potrebbero valere anche per Sovana, come per Vitozza. Vere, diverse e al tempo stesso microcosmi di un territorio che è unico e unitario.
Andrea Semplici ne ha colto l’anima e ha saputo leggere efficacemente i segni profondi lasciati da civiltà diverse attraverso una sorta di itinerario lungo i luoghi e le testimonianze della storia. Ma il suo è un itinerario vivo e diverso perché la stessa Vitozza  “la città di pietra” non più abitata da secoli o la necropoli rupestre di Sovana, mantengono incredibilmente una loro vitalità e i loro cuori continuano a pulsare nei secoli. Come il centro storico di Sorano che pure, con i suoi silenzi e con i suoi pochi abitanti, potrebbe sembrare in letargo.
Il problema vero, per un piccolo comune con un grandissimo patrimonio artistico e culturale è tutelarlo, valorizzarlo e tramandarlo intatto. Compito immane ma doveroso. Il contributo originale che viene dal lavoro di Andrea Semplici ci aiuta in questa direzione difficile e impegnativa.

Pierandrea Vanni
Assessore alla Cultura e al Turismo

Introduzione

Lo stupore di Sorano

Sorano è vera. Ho cercato a lungo un aggettivo che potesse sorprendere chi legge la prima riga di questo libretto. Ne ho scartati a decine. Sto ancora aspettando un suggerimento improvviso. Se fosse possibile, vi chiederei di dirmi cosa viene in mente a voi dopo aver passeggiato per Sorano. Sarei quasi disposto a far ristampare tutte queste pagine pur di scrivere un nuovo aggettivo che sappia raccontare lo stupore di Sorano. Alla fine ho scritto semplicemente che è vera. È diversa.

Non ha trucchi questo paese. Tranne uno. Un inganno immenso. Sfido chiunque a capire cosa è, senza saperne la storia e il miracolo ingegneristico, il Masso Leopoldino. Pronto a scommettere che nessuno indovinerà mai che cosa sia davvero questa ‘costruzione’ inverosimile sormontata da una splendida terrazza e da un campanile nano. No, Sorano non ha trucchi. Ha una bellezza selvatica, rurale. I tre bar della piazza sono un teatro quotidiano. Da altre parti, li avrebbero già trasformati in locali di moda dove consumare spritz e birre artigianali. No, questi bar sono un cantuccio di paese, popolati da uomini e donne appena usciti da una sceneggiatura maremmana. Qui si beve vino rosso, si ascoltano poesie (il pasticcere è un poeta) e gli abitanti stranieri (una curiosa comunità di artisti solitari) si mischiano e si confondono con i paesani. Sorano è uno spettacolo continuo. Ha una lingua propria, un ritmo proprio. È paese ruvido. Dolcissimo. Divertente. Da passarvi la vita.
Poi posso pure dirvi che Sorano sorge alla confluenza di tre corsi d’acqua (torrenti, fiumiciattoli, ma capaci di grandi piene). Un tempo erano ricchezza del paese e fino all’Unità d’Italia unica riserva idrica. Le donne scendevano con le brocche lungo sentieri scoscesi per raggiungere le pietre delle sue sponde. Oggi quei cammini della fatica di ogni giorno sono crollati, ma, a ben guardare, se ne vedono ancor oggi i gradini e le discese.
È arroccato su un poggio centrale, Sorano. Un pianoro certamente già abitato in epoche protostoriche, come testimoniano i rinvenimenti di materiale del bronzo finale in prossimità del Masso Leopoldino. Altri cinque speroni di tufo lo circondano: San Rocco, le Rocchette, Poggio dell'Uovo, Castelvecchio e il Castellaccio. Toponimi da antichi fortilizi.
Tra Sovana e Sorano, stesso territorio comunale, ci sono meno di dieci chilometri. È un paesaggio di pascoli e vigne, oliveti e campi di foraggio. Ma, per raggiungere Sorano bisogna scavalcare il fiume Lente. Fino a un secolo fa, gli acrocori di tufo di San Rocco e quello dove sorge il paese erano allacciati da un ponte di roccia. Fu fatto saltare negli anni ’30 del secolo scorso per poter costruire la strada che oggi sprofonda nel canyon eroso dal torrente per poi risalire, fra muraglie di tufo, fino a Sorano. La strada fu scavata con le mine sopra una tagliata etrusca. Fino agli anni ’40 nessuna carrabile andava verso Occidente. Con i carri o con le prime macchine si poteva andare solo verso Orvieto. Sorano era un paese lontano, isolato, solitario. Per raggiungere Sovana o Saturnia bisognava camminare nelle vie intagliate nel tufo dagli etruschi. Era necessario guadare non solo il Lente, ma anche il Fiora.
Le case di Sorano, per chi arrivi da Sovana, sono una quinta teatrale. Si aggrappano alla roccia con fondamenta-artiglio. Non so quanto ne fossero consapevoli i manovali che le costruirono: è come se il loro lavoro sia stato guidato, negli anni del Medioevo, da un regista che, da lontano, ne decideva le architetture per disegnare nel tufo una spettacolare scenografia verticale.
Una volta in paese, affacciatevi a un balzoletto, al muretto, alle spalle del palazzo comunale. Questa è la Maremma. La Maremma dei tufi. L’orizzonte ondeggiante di boschi di querce e cerri che nascondono pianori un tempo abitati da gente delle grotte. Il precipizio del canyon. I massicci di tufo traforati da mille opere dell’uomo. Finestre aperte nella roccia. Reticolo di piccoli fori che, in realtà, sono colombari. E poi, il silenzio, la solitudine, la malinconia, la bellezza, la felicità di essere qui. No, non trovo l’aggettivo giusto.

Ma so che bisogna avere anche un punto di vista diverso: il panorama dal paese verso i boschi è l’occhio dei soranesi, l’affaccio delle loro passeggiate del mattino, il luogo dove si ha la certezza di appartenere a questa terra. Noi dobbiamo anche andare (chi arriva da Sovana già lo sa, è un dovere, invece, per chi ancora non vi sia stato) sul lato opposto del canyon del Lente. Per poter ammirare, dalla foresta, la messa in scena straordinaria di Sorano. Bisogna andare fino al belvedere di San Rocco perché davvero sia lo stupore a regalarvi un brivido.

Fonti

Testo tratto su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016.

Fotografia di Andrea Semplici [1].

Copyright

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Guida ai panorami di Sorano

Bisogna conoscere il viaggio quotidiano del sole. È come se Sorano fosse stata costruita come una meridiana: bisogna muoversi alle ore del tramonto e del mattino per farsi sorprendere da questo paese. Di buon mattino è bene farsi trovare a oriente del paese, lungo la strada che conduce a Castell’Azzara e all’Amiata. Curvone di Castelvecchio, un tornante che risale la stretta valle del Lente. Da qui si ammira Sorano trasformato in anfiteatro di bellezza perfetta. Il sole fa risaltare ogni dettaglio di una stupefacente scenografia.
Al tramonto bisogna cambiare versante. Viaggio verso Occidente. Al belvedere di San Rocco o al parco delle Rimembranze, sopra il paese nuovo. Il sole regala la luce contrapposta a quella dell’alba. Questa volta i colori sono struggenti e, a volte, drammatici. E le case-torri di Sorano appaiono davvero sorgere dalla roccia. Anzi, diventano pinnacoli di pietra alla ricerca del cielo.

Fonti

Testo tratto su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016.

Fotografia di Andrea Semplici [1].

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Il belvedere di San Rocco

Prima di discendere nella valle del Lente, per chi arriva in macchina da occidente, è obbligatoria una sosta a San Rocco. Mancano ancora due chilometri a Sorano e da qui il belvedere sul paese è mozzafiato. I sentieri che provengono da Sovana raggiungono questo costone di tufo: da qui parte la via cava che, per secoli, ha collegato il paese a questo insediamento rupestre.
Al tramonto, il sole trasforma Sorano. Accade qualcosa: è un sipario che sta’ per levarsi, uno scenario da meraviglia. La luce arrossa le antiche case torri. Il paese, stretto dalla geografia del pianoro, si innalza, sorge dalla pietra e va verso l’alto. La luce del tramonto inganna e ‘mette in evidenza’ le geometrie, sottolinea i neri, crea tridimensioni, fa diventare reale una splendida prospettiva. Sorano, al tramonto, è un quadro contemporaneo di Giotto. Si addensano le ombre, si approfondiscono i contrasti e i colori diventano saturi: Sorano, dal belvedere di San Rocco, è un paese di fantasia.

Fonti

Testo tratto su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016.

Fotografia di Andrea Semplici [1].

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Insediamento rupestre di San Rocco

Coordinate: 42.684325 N, 11.710496 E
Sorano
località San Rocco

Rocco era un santo leggendario. Nato a Montpellier, in Francia, alla fine della prima metà del ‘300, decise, giovanissimo, di compiere un pellegrinaggio verso Roma. Fra il 1367 e il 1368, la peste flagellava l’Italia. Santo e taumaturgo, Rocco, in cammino di fede, lasciò ogni suo bene ai poveri e si dedicò alle vittime dell’epidemia. Era un uomo fragile, piccolo, dalla pelle bianca e i capelli riccioluti: non interruppe il suo viaggio di fronte al pericolo del contagio. I suoi agiografi lo ricordano ad Acquapendente, cittadina non lontana da Sorano. Qui un angelo guidò Rocco fino agli appestati. Lui benedisse i morenti e li toccò: la loro guarigione fu immediata, la peste scomparve.
San Rocco, santo misterioso (è incerta perfino la data della sua canonizzazione, forse avvenuta durante il concilio di Costanza del 1414), divenne popolare. S’invocava la sua protezione in caso di epidemie e catastrofi. Ancor oggi è un santo amato e venerato. Le sue processioni, al Sud d’Italia, sono un tumulto di devozione.
Nel ‘500, gli abitanti di Sorano, probabilmente a seguito di qualche pestilenza, costruirono per San Rocco la piccola cappella che ancora sorge ai confini di questo sperone di tufo sospeso sulla valle del Lente. È probabile che questo fosse già un luogo di sepolture, forse già vi era un edificio sacro. La chiesetta è stata restaurata alla fine degli anni ‘90 del secolo scorso durante i lavori per la realizzazione del Parco Archeologico “Città del tufo” che comprende la necropoli etrusca di Sovana e gli insediamenti rupestri di San Rocco e di Vitozza. Ogni 16 agosto, giorno del santo, fino alla fine del ‘900, una processione scendeva dal paese fino al corso del fiume Lente, risaliva la via cava e portava fino all’altare della cappella la statua di San Rocco che si trova nella collegiata di San Nicola. Ancor oggi, dopo ferragosto, i soranesi si ritrovano qui per un rito di ringraziamento al santo.
Nei secoli del Bronzo finale, piccole comunità scelsero di vivere su questo pianoro. La rupe che, verso occidente, si affaccia sulla giravolta della valle del Lente è stata usata come necropoli. Ai Pianetti si trovano tombe arcaiche con unico banco di deposizione. Invece, il belvedere di San Rocco è stato abitato, non è mai stato sepolcreto, ma paese troglodita.  Le grotte scavate nel tufo erano case di una piccola popolazione altomedioevale. Erano contadini, uomini dei boschi, avevano animali, cuocevano mattoni in una fornace.
Scelsero questo luogo perché il fiume era vicino e il sole generoso. Culliamo un’illusione: decisero di vivere qui anche per la bellezza di questo canyon. Uno sperone nasconde un bel colombario semicrollato: fu fatto saltare, negli anni ‘90, a causa di un crollo rovinoso che aveva compromesso la sicurezza del ponte che oggi consente di scavalcare il Lente. Un sentiero permette di sfiorare le grotte che guardano verso il paese. L’ultima, la più grande era, in realtà, una fornace. Qui si preparavano rozzi mattoni di argilla. Sono stati ritrovati piccoli depositi di materiali di scarto, frammenti d’impasti di terracotta rossa. Vi è una croce incisa nella pietra.
Si cammina per i sentieri di San Rocco soprattutto per raggiungere l’ultimo contrafforte, il balcone sul fiume e sul paese. Splendida la sky-line di Sorano: appare come un’unica parete saldata alla roccia.

Documentazione fotografica

faccia
Sorano, Insediamento rupestre di San Rocco [2]
facce
Sorano, Insediamento rupestre di San Rocco [3]

Fonti

Testi e immagini tratti su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016 e da La Maremma dei Musei, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2012.

Fotografie di Carlo Bonazza [1] e Archivio Effigi [2,3].

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Storia di Sorano

Il rebus dell'antichità

Piccolo rebus dell’antichità. Certamente uomini della protostoria scelsero di vivere sulla rupe di Sorano e sui pianori di Castelvecchio. Qui, nelle epoche del Bronzo finale (1300 anni avanti Cristo), si insediarono piccole comunità di cacciatori. I loro discendenti, invece, scelsero altri luoghi dove rifugiarsi: nessuno abitò questi speroni di tufo in epoche etrusche e romane. A differenza di Pitigliano e Sovana, questa radura rimase deserta nei secoli della storia più antica. Nessuno, nella prima metà dell’VII secolo avanti Cristo, pensò di insediarsi su questa rupe scavata dalle acque del fiume Lente. Un luogo troppo selvaggio e solitario? Troppo lontano dalle vie di comunicazione dei tempi arcaici?

Dai Bizantini (?) ai Longobardi

È uno storico locale, Angelo Biondi, ad azzardare ipotesi affascinanti sulle origini di Sorano. Un indizio è il nome, una traccia preziosa suggerita, ai primi del ‘900, da Fedor Schneider, un medioevalista tedesco. Schneider si disse certo che il nome Sorano derivasse da Syrianum. È un toponimo del VI secolo dopo Cristo. Potrebbe essere la prova che qui sorgesse un fortilizio bizantino affidato a una guarnigione di soldati siriani. Questa rupe-bastione era un anello della linea difensiva eretta dall’impero di Bisanzio come ultima barricata contro l’invasione inarrestabile dei longobardi. L’infinita migrazione guerriera di questo popolo di origine germanica, cominciata nel II secolo dopo Cristo, era oramai arrivata in Maremma. Nel 585 i Longobardi avevano conquistato Saturnia. Sorano, per Bisanzio, a corto di uomini in Italia, era davvero l’ultima frontiera sulla quale cercare di fermare l’avanzata longobarda verso Roma. Sorano nasce, dunque, nel VI secolo dopo Cristo, come castello fortificato, arroccato attorno alla rupe del futuro Masso Leopoldino. E, per quasi quattro secoli, altro non è che un presidio militare, una roccaforte isolata in una terra di confine.
Attorno a questa fortificazione, nel Medioevo, nasce il paese. È il processo storico dell’incastellamento. Attorno all’anno Mille, le popolazioni delle campagne si raggruppano a ridosso dei castelli. Non sappiamo quando possa essere avvenuto per Sorano, ma nel 1194, in un processo che vede scontrarsi per questioni territoriali, il vescovo di Sovana e quello di Orvieto, appaiono, come testimoni due preti, Rolando e Stefano. Entrambi sono nati a Sorano. Il villaggio, dunque, esiste. Ed era già feudo di famiglie dalle origini longobarde, un possedimento conosciuto come ‘Terra Guiniccesca’.
Ha tratti misteriosi la ‘Terra Guiniccesca’. Forse il suo nome deriva da Guinigi, un feudatario, anche lui dalle ascendenze longobarde, che, nel XII secolo, controllava almeno quindici castelli sulla sponda sinistra del fiume Fiora. La terra dei tufi appare come un reticolo militare, un territorio selvaggio, quasi disabitato, destinato, per secoli, a essere regione di frontiera fra ambizioni di famiglie potenti (Albobrandeschi, Baschi, Orsini) e le avidità di città-stato in cerca di nuovi domini (Siena e Orvieto). Sorano è un anello fortificato in questa rete di fortilizi.

Gli Aldobrandeschi

Nel 1168, le Terre Guiniccesche sono sotto la tutela politica di Orvieto. Nel 1210, per la prima volta, Sorano appare in un documento ufficiale, un diploma d’investimento: Ottone IV di Brunswick, imperatore del Sacro Romano Impero, concede questi territori al conte Ildebrandino VIII. Il clan guerriero degli Aldobrandeschi s’impossessa, formalmente, della Maremma toscana e di parte di quella laziale.
La Contea Aldobrandesca è davvero un fronte. Un avamposto conteso da Siena e Orvieto. Sarà anche terra di battaglia fra ghibellini e guelfi quando gli Aldobrandeschi di Santa Fiora si schierano con l’Impero e il ramo di Sovana si allea con il Papa.
Il Conte Rosso, ancora un Ildebrandino (il dodicesimo con questo nome), signore di Sorano, scelse l’alleato giusto, Carlo d’Angiò, figlio del re di Francia, Luigi VIII, uscì vittorioso dalle guerre meridionali per il regno di Napoli e di Sicilia e il suo successo rafforzò il feudatario maremmano. Non solo, la figlia di Idebrandino, Margherita, va in sposa a Guido di Montfort, condottiero inglese e vicario di re Carlo in Toscana. Ma il medioevo maremmano, come in un Macbeth dell’Italia centrale, ha copioni da tragedia shakspeariana. Nel 1272, Guido di Montfort, uomo spietato e feroce, non trovò di meglio che assassinare, a Viterbo, per vendetta familiare, il principe Enrico di Cornovaglia, figlio del re di Inghilterra. Ildebrandino e Margherita furono sospettati di complicità nell’omicidio e si inimicarono la corona inglese e il Papa.
Giochi di potere europei e intrighi di Maremma. In questa intricata geopolitica, fatta di sangue e matrimoni, di alleanze precarie e agguati sanguinosi, appare anche la famiglia umbra dei Baschi: la seconda moglie di Ildebrandino è Francesca da Baschi e il Conte Rosso cede al cugino di sua moglie, Ranieri da Baschi, la città fortificata di Vitozza, castello a poca distanza da Sorano.
Ci si smarrisce a seguire i contorcimenti della storia feudale di questa terra. Una regione selvatica e marginale è teatro di contese all’ultimo sangue, scenario di contese e guerre che vengono decise nelle capitali europee, nelle grandi città italiane o fra i silenzi dei palazzi della Roma papale.

Gli Orsini

Gli Aldobrandeschi, dopo oltre quattro secoli di storia, stanno per uscire di scena: nel 1293, Anastasia, figlia di Margherita Aldobrandeschi e di Guido di Montfort, sposa Romano di Gentile Orsini. È il passaggio delle consegne: gli ultimi eredi dei Longobardi cedono il passo a una delle dinastie più blasonate di Roma (due papi e trentaquattro cardinali nella loro genealogia). Gli Orsini difesero con le unghie e con i denti il loro nuovo possedimento. In Maremma, Shakespeare avrebbe davvero trovato le storie perfette per i suoi drammi. I Baschi avevano le stesse avidità delle grandi famiglie medioevali: cercarono di resistere, a ogni costo, nel loro ridotto di Vitozza. Siena e Orvieto continuarono a contendersi con le armi ogni sperone di tufo di questa frontiera. Secoli più tardi, Cosimo I de’ Medici, avrebbe definito Sorano e le sue terre ‘lo zolfanello delle guerre in Italia’.
Appare sorprendente la storia della Maremma medioevale. Terra di confine, terra difficile e aspra. Per gli Orsini, famiglia legata al papa, come fu per gli Aldobrandeschi, è un territorio strategico. Non sappiamo quando scelsero di rafforzare le difese di Sorano, ma, certamente, decisero di trasformare questo paese in un caposaldo militare. La famiglia dei nuovi signori della Maremma volle costruire una seconda fortezza, per proteggere il solo lato accessibile del paese. E gli architetti assoldati dalla famiglia avevano un compito preciso: il nuovo fortilizio doveva essere inespugnabile e in grado di resistere a qualsiasi assedio.
La costruzione della fortezza cominciò, quasi certamente, nel ‘300. Il torrione circolare, eretto sopra il ponte levatoio d’ingresso, è il primo edificio della nuova roccaforte. Solo due secoli dopo, quasi a metà del ‘500, il conte Giovan Francesco, decise di rimodernare la fortezza. Ben si capisce: l’Italia era, ancora una volta, attraversata da guerre per bande e oramai si combatteva impugnando armi da fuoco. Gli Orsini affidarono il progetto e i lavori del fortilizio a un esperto architetto senese, Anton Maria Lari, conosciuto come ‘il Tozzo’. In quegli anni, Lari aveva fama di progettista militare: quasi contemporaneamente lavorava a Sorano e Porto Ercole, a Orbetello e Sovana. La fortezza di Sorano fu il suo capolavoro: Siena cercò vanamente di espugnare questo castello e venne sempre respinta.
Nel 1553, Niccolò IV, figlio di Giovan Francesco, fece ampliare i quartieri ‘civili’ della rocca. Ma fu l’ultimo sfarzo della famiglia, spossata da guerre fratricide e rivalità sanguinose fra padri e figli. È Giovan Francesco ad accettare, nel 1555, la tutela militare dei Medici, signori fiorentini. Non solo: abbandonò Sorano per vivere a Roma.

I Medici

Nel 1604, per saldare i debiti della famiglia, Giovan Antonio Orsini cedette la Maremma dei tufi ai Medici. I signori di Firenze non mostrarono alcuna cura per queste terre troppo lontane dalla loro città, ma capirono subito l’importanza di un fortilizio così ben costruito. Era un caposaldo contro le incursioni del banditismo e contro le ambizioni territoriali dello stato Pontificio. Nel 1643 l’esercito papale attaccò Pitigliano e Castell’Ottieri, ma non osò assediare Sorano. E fu qui che le forze medicee riuscirono a organizzare la controffensiva.
L’interesse dei Medici per la Maremma fu solo militare. Attorno alle fortezze, vi era un popolo di boscaioli e contadini poverissimi. Nessuno si curò di loro. Queste erano terre abbandonate. Furono i Lorena, nuovi granduchi di Toscana nel 1737, a credere nel futuro di Sorano. La malaria che flagellava la Maremma risparmiava, per merito di geografia e clima, queste valli di tufo. Vi si insediarono contadini e artigiani. L’economia di queste campagne conobbe anni di tranquillità. Il paese, finalmente, crebbe, aggrappandosi, con ostinazione, ai dirupi del tufo.

Fonti

Testi e immagini tratti su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016 e da La Maremma dei Musei, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2012.

Fotografia di Andrea Semplici [1].

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Visita al Borgo

La visita al borgo di Sorano si può fare in due modi:
Entrando dalla Porta di Sopra, detta anche Arco del Ferrini, o entrando dalla Porta dei Merli.
Nel primo caso, lasciata  l'auto nella piazza del Comune o nelle vicinanze, si accede al Borgo dall'Arco del Ferrini e si percorre la via principale fino alla Collegiata di San Nicola di Bari (sec.XIII). Da lì, attraverso un dedalo di viuzze, si visitano i quartieri del Borgo, del Ghetto e del Lazzaretto. Si procede fino alla piazza del Poio, su cui si affaccia il Cortilone, e si sale al Masso Leopoldino, che offre una vista straordinaria dell'abitato e del territorio circostante.
Infine, in discesa, si raggiunge la Porta dei Merli e la valle del Lente.
Il secondo itinerario prevede di raggiungere Sorano a piedi, partendo dalla Chiesa di San Rocco. In poco meno di un'ora di cammino a passo lento si percorre la via cava di San Rocco e, superato il fiume Lente, si accede al Borgo dalla Porta dei Merli che, al tempo degli Orsini e dei Medici, era l'accesso principale al fortilizio di Sorano.
Questo è il percorso che ci suggerisce Andea Semplici, autore di tante straordinarie guide della Maremma e del Grande Museo di Sorano, Edizioni Effigi - 2016, da cui sono tratti questi testi.
Diligentemente seguiamo nell'esposizione l'ordine di Andrea Semplici. La lettura dei paragrafi può avvenire comunque in senso inverso.

Porta dei Merli

Coordinate: 42.683897 N, 11.713679 E
Sorano

La Porta dei Merli, così chiamata per i tre tufi merlati posti in cima alla costruzione, è magnifica: bozze di travertino smussato, maschere grottesche attorno agli stemmi di Niccolò IV Orsini e di Cosimo II dei Medici. Questo era (ed è ancora per chi arriva a piedi) un accesso importante al paese. Se fossimo arrivati quattro secoli fa, qualcuno, per farci entrare, avrebbe dovuto far scendere il tavolato, rafforzato da lastroni di ferro, di un ponte levatoio. Sorano era davvero imprendibile. Ben evidenti sono le due lunghe feritoie verticali, ai lati degli stemmi, attraverso le quali passavano le catene sorrette dai bolzoni, i contrappesi usati per sollevare il ponte.

Il ponte levatoio [ testo di Maurizio Biserni ]

Doveva essere costituito da un robusto telaio di grosse travi (i bolzoni), incardinate sopra le porte e alle cui estremità, mediante catene, era sospeso il tavolato del ponte, saldamente incernierato sulla soglia.
La struttura composta dal telaio superiore e dal tavolato del ponte, poteva oscillare come una bilancia ed era contrappesata opportunamente mediante zavorre di pietra. Il tutto risultava così praticamente privo di peso. Una sola persona, con uno sforzo minimo, era in grado di alzare o di serrare il ponte in brevissimo tempo.
Eppure il tavolato del ponte doveva essere pesantissimo dato che era tanto robusto da sopportare il transito dei carriaggi e probabilmente era rivestito sulla faccia inferiore con lastre di ferro per renderlo inattaccabile dal fuoco.
Questi ponti levatoi basati sul sistema della bilancia erano fra i più diffusi perché pratici e robusti, di costruzione semplice, di funzionamento sicuro, rapido e affidabile. Ed erano facili da risistemare in caso di danneggiamenti.
Erano costosi: oltre alla lastratura ferrata sulla faccia inferiore, erano necessario molto ferro per le catene di sospensione, i cardini delle cerniere, le staffe per i contrappesi, la chioderia. Solo presidi militari importanti potevano permettersi la costruzione di ponti levatoi.

Documentazione fotografica

ricostruzione
Sorano, Porta dei Merli dall'interno [2]
ricostruzione
Ipotetica ricostruzione del ponte levatoio alla porta dei Merli di Sorano [3]
ricostruzione
Il ponte levatoio a bilancere [4]

Fonti

Testi e immagini tratti su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016 e da La Maremma dei Musei, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2012.

Fotografie di Sidvics - Opera Propria, CC BY 3.0, [1,2] e Archivio Effigi [3,4].

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Il Ghetto di Sorano

Coordinate: 42.683059 N, 11.713949 E
Sorano
Via Giovanni Selvi

Per almeno tre secoli, dalla metà del ‘500 e i primi del ‘900, qui visse una piccola comunità ebraica. Fu una migrazione forzata dalle terre dello Stato Pontificio. Fra 1555 e il 1593 gli ebrei vennero espulsi da rabbiose bolle papali. Varcarono il confine con la Toscana e si stabilirono sulla frontiera della Maremma, allora ancora in mano degli Orsini. Si insediarono a Pitigliano e, una comunità più ridotta, arrivò a Sorano. Città-rifugio, così isolate e lontane, per gente in fuga.  Una giovane donna ebrea, Brunetta, figlia di Ricca, non sfuggì al desiderio di Niccolò IV, il despota del paese: ne divenne l’amante e per raggiungere il conte doveva salire, attraverso un scala segreta, fino alla piccola stanza del torrione ottagonale della Fortezza.
A dar retta a un censimento del 1608, a Sorano vivevano sessantuno ebrei. Una quindicina di famiglie. Nel 1612, alla comunità ebraica fu imposta una tassa per la costruzione di una fonte pubblica e per pagare i salari della ‘polizia’ locale. Per contrappasso, una famiglia ebrea prestava denaro, altri erano mercanti di stoffe, metalli e spezie. Nel 1619, i Medici li rinserrarono in un ghetto: le loro case dovevano essere ‘invisibili’, lontano dalle chiese e fuori dagli itinerari delle processioni.
Gli ebrei di Sorano s’impoverirono: furono secoli di segregazione, di miseria e di contrasti con il clero cristiano. Gli ebrei furono costretti a indossare una berretta rossa per essere riconosciuti. Agli inizi del ‘700, la comunità non fu più in grado di pagare le imposte. Nel 1777 solo due famiglie, i Sadun e i Servi, abitavano ancora a Sorano. Ai primi del ‘900, nessuno ebreo viveva più a Sorano.
Vi era una piccola sinagoga (il piccolo edificio di via Giovanni Selvi oggi ospita mostre ed esposizioni) e un forno per le azzime, il pane non lievitato. Un portone, all’ingresso del quartiere ebraico, veniva chiuso ogni sera.

Fonti

Testo tratto su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016.

Fotografia di Andrea Semplici [1].

Copyright

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Il Cortilone

Coordinate: 42.684657 N, 11.713211 E
Sorano
Via della Rocca

Il Cortilone è una costruzione situata nelle vicinanze del Masso Leopoldino, all'estremità alta della via della Rocca di Sorano.
Il Cortilone, voluto da Niccolò IV nel 1559 ( o 1554?), è un edificio coraggioso, appare in equilibrio sul canyon del fiume Lente. Due pareti sono aggrappate all’ultimo precipizio della rupe di Sorano. Niccolò sapeva di aver nemici e voleva che il suo paese fortificato fosse capace di resistere a lunghi assedi: il Cortilone era un immenso granaio a più livelli, con il tetto sostenuto da arcate.
Dicono che una galleria sotterranea permettesse di raggiungere segretamente il mulino del fiume Lente.
Negli anni dell’abbandono, nella seconda metà del ‘900, ospitò famiglie sfrattate dalle vecchie case pericolanti.
Oggi è un grande spazio aperto utilizzato per esposizioni d’arte e, nel mese di agosto, vi si svolge la storica mostra mercato.

Documentazione fotografica

cortilone
Sorano, l'interno del Cortilone durante la mostra mercato [2]

Fonti

Testo tratto su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016.

Fotografie di autore ignoto [1] e Archivio Effigi [2].

Copyright

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Masso Leopoldino

Coordinate: 42.684313 N, 11.713571 E
Sorano
Via Archetto della Rocca Vecchia

Dalla piazzetta del Poio, con i suoi panorami selvatici verso l’ansa del fiume Lente, si sale alla follia del Masso Leopoldino.
Domina il cuore antico di Sorano, il Masso. È uno scoglio di tufo e assomiglia a una imprendibile fortezza. La sua architettura, naturale e artificiale, è ben strana. Negli anni più lontani del Medioevo, secoli degli Aldobrandeschi e prima ancora dei Bizantini, qui sorgeva davvero una rocca. Alcuni storici sono certi che, fin dal IX secolo, qui vi fosse una fortificazione. Nel ‘500, sicuramente, vi era anche una piccola chiesa, una cappella dedicata a Santa Caterina. Erano costruzioni appese, come per miracolo, a questo sperone di tufo. Per secoli il paese crebbe appoggiandosi a questa roccia scoscesa: alla Biblioteca Nazionale di Firenze è conservato un disegno seicentesco di Antonio Ruggeri dove la rocca è ben aggrappata a questa rupe.
Nel pieno dell’inverno del 1801, il 13 di dicembre, questo masso di tufo si sbriciolò. Una frana imponente travolse la chiesa, scomparvero molte case, morirono decine di soranesi. Si pensò, allora, di abbandonare i quartieri più antichi di Sorano, ma nessuno volle allontanarsi da questo sperone sospeso nel vuoto della valle del Lente. Qui c’erano le cantine, i depositi, la povera ricchezza dei soranesi. Che, non a caso, erano già conosciuti come capaccioli, gente testarda. Ferdinando II di Lorena, granduca di Toscana, decise di salvare Sorano.
Il roccione tufaceo venne trasformato in una sorprendente e nuova architettura: fra il 1820 e il 1822 la rupe venne abbassata, la sommità spianata, i suoi precipizi furono levigati come se fossero le pareti di un immenso caseggiato. Divennero muraglie. I lavori di ‘restauro’ di un picco di tufo vennero completati sotto il governo del granduca Leopoldo II. Per questo l’insolita ‘costruzione’ fu chiamata Masso Leopoldino. I contadini di Sorano tornarono a vivere lungo le sue pareti scoscese. La cima fu spianata e trasformata in un grande terrazzo. Vi è una piccola torre e l’orologio pubblico. Il Masso è stupefacente: assomiglia a una nave corsara, a un veliero immobile sul crinale che domina una grande curva del corso tortuoso del torrente Lente.
Uno stradello selciato aggira il Masso Leopoldino verso occidente. In realtà si attraversano le rovine di antiche case. Nel secolo scorso, negli anni ’60, il vecchio borgo fu abbandonato. Molti abitanti si trasferirono nei nuovi condomini fuori dai confini del paese vecchio. E le abitazioni medioevali, appese ai costoni della rupe, cominciarono a sgretolarsi. ‘All’ora di cena, per mesi, si avvertivano scricchiolii e, spesso, degli schianti’, ricorda una donna del paese. Sorano stava crollando. Alla fine, fu deciso un intervento di salvataggio. Oggi si cammina in quelle che furono stanze e cucine, piccole sale e camere da letto. Sono rimaste le finestre ad affacciarsi sul canyon del Lente.

Documentazione fotografica

masso leopoldino
Panorama di Sorano: a destra il Masso Leopoldino, a sinistra la Fortezza Orsini [2]
masso leopoldino
Sorano, Vista della Fortezza e della Torre dell'Orologio dalla sommità del Masso Leopoldino [3]

Fonti

Testi e immagini tratti su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016 e da La Maremma dei Musei, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2012.

Fotografie di Andrea Semplici.

Copyright

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Collegiata di San Niccolò

Coordinate: 42.683719 N, 11.714137 E
Sorano
Via Santa Monica 2

La Collegiata di San Nicola, edificata in epoca medievale,  è la chiesa più antica di Sorano ed è situata nel centro storico in Via Santa Monica.
La prima Collegiata di San Nicola appare in un documento del 1276. Fu costruita per assecondare un desiderio di Margherita Aldobrandeschi. Di quella costruzione d’impianto romanico rimane solo la parte posteriore. La chiesa ha subito restauri e rimaneggiamenti. Nel ‘700 fu ampliata e ristrutturata ancora una volta: interno a due navate, pianta a croce latina irregolare. Vi si conservano, grazie al dono del cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica di San Pietro, soranese di origine, un abito talare di papa San Giovanni Paolo II.
La chiesa custodisce pregevoli opere d'arte che abbracciano un lunghissimo periodo storico che spazia dal tardo Medioevo all'Ottocento.

Fonti

Testi tratti su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016.

Fotografia di LigaDue - Opera propria, CC BY-SA 3.0.

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Palazzetto Comitale

Coordinate: 42.683772 N, 11.714231 E
Sorano
Piazza della Chiesa

Il Palazzetto Comitale, alias  Palazzo Orsini, si trova in piazza della Chiesa, di fianco alla Collegiata di San Niccolò.
Il palazzo fu costruito nella seconda metà del Duecento ed era l'originaria residenza della famiglia Orsini a Sorano.
Il complesso ha rivestito un ruolo primario almeno fino a tutto il Quattrocento, per poi cedere il ruolo di residenza principale della famiglia allaFortezza Orsini, una volta ultimati i lavori di ristrutturazione della preesistente rocca aldobrandesca. Divenuto in seguito una residenza secondaria degli Orsini, il complesso venne ristrutturato nel 1551 da Niccolò IV Orsini.
Il complesso rimase di proprietà privata anche dopo la caduta politica della Contea di Pitigliano, avvenuta agli inizi del Seicento, pur mantenendo pressoché intatte le linee architettoniche unitarie; la suddivisione in più unità abitative risale agli inizi del Novecento.
Il Palazzetto si presenta all'esterno con un bel portale bugnato in travertino decorato con le rose araldiche, il collare e la scritta Ludovico Orsini.
Superato il cortile, si trova il palazzo che si articola su tre livelli, con un caratteristico loggiato con pregevoli colonnine al piano rialzato. Lo stemma degli Orsini testimonia la proprietà storica dell'immobile, mentre l'iscrizione sulla porta d'ingresso ricorda il restauro avvenuto a metà Cinquecento. All'interno si sono conservate soltanto alcune delle originarie decorazioni.

Documentazione fotografica

palazzetto comitale
Sorano, Palazzo Comitala, Portale di ingresso [2]
palazzetto comitale
Sorano, Palazzo Comitale, Loggiato interno [3]

Fonti

Testo tratto da Wikipedia - Palazzo Orsini (Sorano)

Fotografie di Hans Peter Schaefer [1] e di Matteo Vinattieri - Opera propria, CC BY 3.0, [2] e [3].

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Porta di Sopra

Coordinate: 42.682757 N, 11.71329 E
Sorano
La Porta di Sopra costituisce una delle due porte di accesso al borgo di Sorano ed è chiamata anche "Arco del Ferrini". Tale nome deriva da Ferrini-Giacquili, famiglia di possidenti che, accanto alla porta, aveva il suo Palazzo. Sul lato esterno la porta è preceduta da una piazza sul cui lato sinistro vi è un sistema di logge dalle quali si osserva un panorama spettacolare.

Fonti

Testo tratto su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016.

Fotografia di Hans Peter Schaefer [1].

Copyright

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Visita alla Fortezza Orsini

mastio

Per effettuare la visita alla Fortezza Orsini si lascia l’auto al parcheggio situato lungo la strada per San Quirico oppure, per chi si trova in paese, si raggiunge la Fortezza a piedi.
Si entra dal Mastio. Sopra la grande porta di accesso, vi è un grande stemma monumentale a memoria degli Aldobrandeschi (con il loro leone rampante) e degli Orsini (la rosa da cinque petali e l’orso araldico).
Dopo una galleria, si sbuca nell’antica piazza d’Armi dove  si trova il centro di accoglienza del Parco Tematico degli Etruschi e da qui inizia la visita della fortezza, dei sotterranei e delle sale che ospitano il Museo del Medioevo e del Rinascimento.

La Fortezza imprendibile

Non è mai stata espugnata, la fortezza di Sorano. Imprendibile, labirintica (cinque piani sotterranei), autosufficiente. Capace di resistere ad assedi infiniti: per quattro volte, fra il 1416 e il 1455, Siena cercò di piegarne la resistenza, trasportò perfino cannoni oltre le foreste del monte Amiata pur di impossessarsi del feudo degli Orsini. Niente da fare: questo castello fortificato era stato costruito per non doversi mai arrendere. Muri spessi almeno cinque gomiti, due metri e mezzo di pietre e mattoni che hanno retto all’urto dell’artiglieria nemica. Nessuno avrebbe potuto entrarvi con le armi in pugno. Fortezza degna delle più grandi storie rinascimentali. Camelot maremmana.  Costruita dagli Aldobrandeschi, resa possente da Giovan Francesco Orsini, reggia rurale e nascondiglio per suo figlio e suo nemico mortale, Niccolò IV, questa fortezza può raccontare di battaglie, assedi, amori clandestini, violenze, grandi cerimonie, lotta all’ultimo sangue fra uomini guerrieri della stessa famiglia. 
La fortezza è la costruzione più imponente di Sorano. Sorge sul dislivello di una rupe, è sospesa sull’orlo di un precipizio. È un capolavoro di equilibrismo architettonico. I suoi primi progettisti hanno assecondato e poi modificato la geografia dello sperone meridionale del paese. È una fortezza-città: vi potevano trovare rifugio tutti gli abitanti di Sorano. Aveva cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, vi erano pozzi che attingevano da sorgenti sotterranee, si poteva produrre energia dal vento e un frantoio poteva produrre olio. Le macine di un mulino lavoravano granaglie e salnitro. Si sfamavano i soldati e si ottenevano le polveri necessarie a fabbricare munizioni. Nei suoi sotterranei vi è perfino una piccola cava di tufo per cavare, in caso di emergenze, il materiale necessario a riparare danni provocati dalle armi nemiche.

Oggi non si alzano più ponti levatoio (sul torrione di accesso alla Rocca trecentesca sono ben visibili le feritoie attraverso le quali passavano le catene) e possiamo accedere alla Fortezza risalendo a piedi dal centro del paese lungo una strada che, con un doppio tornante, costeggia una possente fiancata dell’antica fortificazione. Mentre salite guardate in alto verso le mura della Fortezza: il bastione d’angolo, un torrione ottagonale, è impressionante per forza e superbia architettonica. Anche qui, come sopra la porta di accesso del Mastio, sono stati murati gli stemmi degli Aldobrandeschi e degli Orsini. Storici locali azzardano che qui fosse il primo ingresso alla Rocca, un accesso nascosto, quasi una via di fuga. Fate attenzione: qui si vedono, scolpite in travertino, anche due mani che tengono stretto un collare da molosso. Si tratta dello stemma di Niccolò III Orsini che riporta la data 1472, anno nel quale lui e la moglie Elena Conti da Montelatico abitavano nella Rocca.
La salita dal centro del paese conduce alla grande piazza d’armi della Fortezza, fra il Mastio cinquecentesco e la Rocca, il primo, vero fortilizio di questo complesso militare. Il grande ingresso a questa cittadella militare, in realtà, è dalla porta monumentale a cui si arriva dal pianoro sommitale di Sorano, dalla via di San Marco. Un grande Mastio dalla pianta semicircolare, un ponte in pietra e la porta sormontata dagli stemmi delle famiglie che, per oltre tre secoli, hanno dominato la Maremma dei tufi. Risalgono al 1552, questi stemmi scolpiti in travertino. Ecco il leone rampante degli Aldobrandeschi a fianco della rosa a cinque petali degli Orsini, sormontata da un cimiero su cui poggia il loro orso araldico.
Gli storici non hanno ancora certezze sulla prima costruzione della fortezza. I comandanti militari del Medioevo più antico ben sapevano che vi era una sola possibilità per espugnare il paese: attaccare da Sud, dall’unica parte non difesa dai crepacci del fiume Lente. E qui, dunque, bisognava costruire una fortificazione capace di resistere a ogni assedio. Sicuramente gli Aldobrandeschi, nel XII secolo, avevano già fortificato Sorano, ma furono gli Orsini a trasformare il paese in un formidabile presidio militare. Fra la fine del ‘200 e i primi decenni del ‘300, epoca del passaggio di potere fra le due famiglie, fu probabilmente costruito il primo nucleo della fortificazione: ne è rimasto il torrione circolare all’ingresso della Rocca. 
Questa fortezza fu caposaldo ostinato della resistenza degli Orsini contro l’espansionismo senese. In campo gli eserciti di Siena erano ben più forti delle truppe mercenarie di una famiglia romana, ma nemmeno la spietata abilità guerriera di Ranuccio Farnese il Vecchio, condottiero maremmano, capitano generale dell’armata senese, riuscì, nel 1416, a conquistare Sorano. Quarant’anni dopo, fra il 1454 e il 1455, toccò a un altro guerriero famoso arrendersi di fronte alla resistenza dei difensori della Fortezza. Siena aveva arruolato ben dodicimila uomini e ne aveva affidato il comando a Sigismondo Pandolfo Malatesta, conosciuto, nel Medioevo italiano, come il lupo di Rimini: per ben tre volte la Rocca fu assediata e per ben tre volte ogni assalto venne respinto.
Un secolo più tardi, quasi a metà del ‘500, fu Giovan Francesco Orsini a decidere l’ampliamento e la ristrutturazione della vecchia rocca aldobrandesca. Fra il 1542 e il 1546 fu costruito il Mastio, vennero scavati fossati, rafforzate le mura, aperte feritoie per piazzarvi colubrine e cannoncini. Lo scenario delle guerre stava cambiando in fretta: Giovan Francesco fu previdente, le nuove difese non dovevano essere nemmeno scalfite dalle armi da fuoco dei nuovi tempi. Gli Orsini affidarono i lavori all’architetto e pittore senese Antonio Maria Lari, conosciuto come il Tozzo per la sua bassa statura. Fu il suo progetto a trasformare la Rocca in una Fortezza grandiosa. Il figlio di Giovan Francesco, Niccolò IV, nel 1553, decise che gli antichi acquartieramenti militari della Rocca potevano diventare residenza rurale per la sua corte e stanze private dove condurre le sue amanti. I soldati così si trasferirono nel nuovo Mastio.
A metà del ‘500, Francesco Sansovino, umanista romano, fu ospite degli Orsini a Sorano. Ci ha lasciato una descrizione della fortificazione: ‘La Rocca, posta in piano e nel più alto loco della città, chiude tutte le terre attorno col suo circuito. Le mura grosse vanno attorno alla terra e giungono dalla Rocca fino al torrente predetto, e le fosse vi sono profonde e scavate tutte nel sasso’. Ma, come già sappiamo, il destino della famiglia era segnato dalle guerre fratricide che sgretolarono il potere degli Orsini. Sorano stava per diventare terra medicea.
I Medici, nuovi signori di Sorano agli inizi del ‘600, furono ben felici di impossessarsi di questa Fortezza. La trasformarono in un presidio militare, avamposto-sentinella della frontiera con lo Stato Pontificio, anello di sorveglianza dei movimenti militari nelle terre del Ducato di Castro e delle truppe spagnole dello Stato dei Presidi di Orbetello. Sorano fu anche un baluardo contro il banditismo maremmano. Nel 1608 è un giurista fiorentino, Niccolò Dell’Antella, a raccontarci di questa Fortezza sospesa sopra il paese ‘come un falcone’: ‘Da una parte è la Rocca e abitazione antica dei Conti, ben fiancheggiata e ridotta ancor lei, in fortezza, e fanno oggi tutto un corpo, e dall’altra vi è la piazza d’Arme con il Maschio assai eminente e baluardi intorno… si passa da una all’altra per mezzo di un ponte levatoio’.
Ma i secoli delle guerre del Medioevo sono finiti. Agli inizi del ‘700, la Fortezza non è più un luogo strategico della bellicosa geopolitica dell’Italia centrale. Le autorità di Sorano risiedevano nella vecchia Rocca (che, nel tempo, sarà anche ospedale del paese e oggi è albergo). Qui erano di stanza i militari lorenesi, ma nel 1739 artiglierie e armamenti furono portati via. La Fortezza fu disarmata: i Lorena smilitarizzano Sorano e l’antica fortificazione divenne una grande fattoria con tanto di cantine, frantoio, pozzi per la raccolta dell’acqua, stalle e annessi agricoli. I fossati si trasformarono in piccoli orti. Una curiosità: fino a qualche decennio qui furono coltivate barbabietole da zucchero. La Fortezza così entrò a far parte dei possedimenti della famiglia Ilari e successivamente dei Ricci-Busatti. Quest’ultima verso la metà degli anni ‘60 del secolo scorso propose una donazione a titolo oneroso allo Stato. Fu rifiutata. Nei primi anni ‘70, con la nascita delle Regioni, la Fortezza entrò a far parte del demanio della Regione Toscana. Dopo un imponente restauro, è passata al patrimonio comunale.

Fonti

Testo tratto su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016.

Fotografia di Sidvics - Opera Propria, CC BY 3.0, [1] .

Copyright

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Il Mastio e la Rocca

Sfortezza

La Fortezza Orsini di Sorano è costituita da due nuclei edificati in momenti diversi, la parte trecentesca, oggi profondamente rimaneggiata e la parte cinquecentesca.
Il fortilizio trecentesco, fatto costruire dagli Aldobrandeschi per una difesa militare e la protezione della popolazione in caso di incursioni nemiche, è costituito da una serie di edifici collocati nell’area settentrionale della fortificazione a ridosso dell’abitato. Le strutture più antiche hanno subito notevoli rimaneggiamenti tanto da trasformare l’impianto originario dell’antico cassero in residenza comitale. Oggi questi ambienti, che si aprono sulla piazza Cairoli, sono occupati dal Museo del Medioevo e del Rinascimento, dal teatrino “Niccolò IV Orsini”, dall’Albergo della Fortezza e da diverse abitazioni di proprietà privata.
Il complesso cinquecentesco, voluto da Gian Francesco Orsini e da suo figlio Niccolò IV, come testimoniano gli stemmi posti all’ingresso e agli angoli dei Bastioni, è invece un Mastio, quartier generale militare e deposito dell’armeria. È fortificato con due bastioni angolari (San Pietro e San Marco) e labirintici camminamenti sotterranei scavati su più livelli e dotati di feritoie per l’utilizzo di armi da fuoco leggere quali archibugi e colubrine.
Lara Arcangeli

Fonti

Testo tratto su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016.

Fotografia di Archivio Effigi [1].

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Il Mastio

il mastio

Il Mastio era il quartier generale degli Orsini. Questo era il posto di guardia, qui vivevano i soldati e i comandanti. Vi era l’armeria, i magazzini per la polvere da sparo, le prigioni, una fonderia.
Due bastioni, a levante e a ponente, proteggono il Mastio. Sono dedicati a San Marco e a San Pietro. Venezia e Roma, le città degli Orsini. Era una famiglia di condottieri mercenari: vendevano le loro capacità militari e i loro eserciti furono più volte ingaggiati dai dogi veneziani. Roma, invece, era la città d’origine degli Orsini, imparentati con una dinastia di papi e cardinali. Nel bastione di San Pietro vi era la polveriera, vi veniva stoccata la polvere da sparo. San Marco, invece, ospitava un mulino. Dagli spalti del bastione di San Marco, è bellissimo il panorama sul precipizio di case di Sorano.

Fonti

Testo tratto su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016.

Fotografia di Archivio Effigi [1].

Copyright

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I Sotterranei

sotterranei

A chi si affida a una visita guidata alla Fortezza, capita di entrare da un ingresso imprevisto. Da una porta invisibile, un accesso quasi clandestino. È intrigante risalire i sotterranei del Mastio cinquecentesco. È un viaggio nel mondo segreto di questo complesso militare, una scalata ai cinque livelli scavati nel tufo.
Sul tornante più basso, lungo la strada che dal centro del paese sale alla Fortezza, vi è un grande portone. Questo è l’accesso ai camminamenti sotterranei. Qui, ai piedi della rupe, stazionavano le prime sentinelle della Fortezza. Appena oltre il portone, si trovava la piccola cava di tufo dalla quale rifornirsi in caso di danneggiamenti alle mura durante gli assedi. Ai tempi della famiglia Ricci-Busatti, questi sotterranei divennero stalle per gli animali.
Fa freddo, dentro queste gallerie di tufo. Si notano subito grandi fori circolari nel soffitto. Era un sistema di comunicazione fra le guardie che sorvegliavano ogni piano di questo labirinto del sottosuolo. Si gridavano ordini e allarmi, la voce correva con forza da un livello all’altro. Erano veri e propri aspiratori utili per garantire un ricambio costante dell’aria resa malsana dall’umidità e dalle polveri da sparo.
Giravolte nei sotterranei. Una scala di ferro consente di salire di un piano. Il progettista di questo intrico di gallerie aveva del genio: i movimenti dei soldati dovevano essere precisi, ogni pattuglia aveva un compito, si potevano manovrare uomini senza che mai si creassero ingorghi in un cunicolo. Gli storici locali scherzano e spiegano che qui furono attivati i primi sensi unici della storia. Certamente, i soldati dovevano ben sapere come muoversi in questo dedalo di tunnel lunghi e stretti. Feritoie a bocca di lupo si aprono all’altezza del fossato: chi si trovava davanti, durante un assalto non aveva scampo, una doppia colubrina o un archibugio lo teneva sotto tiro.
La risalita è lenta. Gradini e tornanti. Giri a gomito. Alle volte si ha l’impressione di tornare sui propri passi, di andare in una direzione errata. Ma, alla fine, si approda di fronte alla grande vetrata del salone di accoglienza al piano terra del Mastio. Siamo tornati nella piazza d’Arme della Fortezza.

Un fossato divide i quartieri militari della fortezza dal palazzo di residenza dei conti Orsini. Si percorre un ponte in mattoni di tufo per raggiungere un nuovo arco e la piccola piazza Cairoli, un tempo corte della Rocca. Qui si trova la piccola cappella di Santa Barbara dove il cappellano addetto ai militari del presidio celebrava le sacre funzioni. Nella seconda metà del ‘700 passò alla famiglia Ilari che ne fece una cappella gentilizia dedicandola alla Vergine Maria. Una delle pareti che si affacciano sulla piazzetta è affrescata con le geometrie di un falso bugnato: come se l’artista avesse conosciuto le architetture del Palazzo dei Diamanti a Ferrara. Voltatevi indietro: sopra la porta di accesso, sotto la volta della galleria, vi è l’affresco di una crocifissione. Piazzetta Cairoli è un luogo appartato. Felicemente fuori tempo. Bellissimo nelle ore della notte.

Documentazione fotografica

sotterranei
Sorano, camminamenti nella Fortezza Orsini [2]
sotteranei
Sotterranei [3]
sotterranei
Sotterranei[4]

Fonti

Testi e immagini tratti su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016 e da La Maremma dei Musei, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2012.

Fotografie di Andrea Semplici [1] e Guido Cervetti [2,3,4].

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Teatro Niccolò IV Orsini

Coordinate: 42.682954 N, 11.714542 E
Sorano
Piazza Cairoli

Piccola, grande sorpresa: c’è un teatrino in un angolo di Piazza Cairoli. Il più piccolo d’Italia, assicurano a Sorano. Appena sessanta posti fra galleria e platea. Un luogo di magia. Non appena vi entri, immagini subito un mimo che si muove, con delicatezza, fra le poltrone di raso e lo spazio di un micropalcoscenico. Questo è un teatro nel quale qualunque attore vorrebbe mettersi alla prova.
La Fortezza non era più caserma militare da oltre un secolo. L’Italia si era unita da pochi anni. E i notabili di Sorano non volevano essere da meno della borghesia e nobiltà romana e fiorentina. Volevano un luogo di cultura e vanità. Per questo progettarono e costruirono un teatro, un vero teatro ottocentesco. Una Scala in miniatura. Una teatro-bomboniera. Fu inaugurato, in grande spolvero, nel 1870.
Giochi di geometrie alle pareti, colori forti e vivaci, stucchi e soffitto a cannucciato. La nobilità rurale di Sorano poteva essere fiera di se stessa. Sul palcoscenico arrivarono compagnie itineranti. Per decenni, vi furono rappresentate storie del mondo contadino toscano. Un teatro antico e popolare, cantato in ottava rima, molto diffuso nelle terre di Siena e conosciuto come bruscello (in dialetto senese e fiorentino questa parola indica un arbusto frondoso e agghindato con nastri e fiocchi). Altre compagnie vi hanno, per anni e anni, recitato poemi cavallereschi dell’Ariosto e del Tasso.
Il teatro è stato dedicato a Niccolò IV Orsini. Scelta singolare (e forse dovuta): Niccolò, abbiamo visto, è stato un guerriero sanguinario e le mura di questo teatro sono state testimoni della lotta familiare fra lui e suo padre Giovan Francesco. Ma fu Niccolò a volere che l’antica Rocca fosse luogo familiare e non solo militare.
Il teatro, dopo importanti lavori di restauro, ha riaperto agli attori e al pubblico nel 2004 con i monologhi di Valeria Valeri e Pierpaola Bucchi.

Fonti

Testo tratto su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016.

Fotografia di Archivio Effigi [1].

Copyright

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Museo del Medioevo e del Rinascimento della Fortezza Orsini - Sorano

Coordinate: 42.682756 N, 11.71438 E
Sorano
Via Cairoli 3

Il Museo del Medioevo e del Rinascimento di Sorano è allestito in alcune delle sale private della Fortezza Orsini.
È come entrare, da ospiti, nell’abitazione dei conti. Vi si trovano quasi cento reperti. Nelle vetrine sono custodite brocche, ciotole, frammenti di vetro, boccette di profumo. Persino pitali e i recipienti, le panatelle, nei quali i contadini conservavano il pane raffermo. Quasi tutte le ceramiche provengono dai butti di Sorano, Sovana e Castell'Ottieri, dalle vecchie discariche in cui gli abitanti gettavano quanto  era inservibile. Secoli più tardi queste pattumiere casalinghe hanno permesso di poter raccontare la vita quotidiana degli anni del Rinascimento soranese. Belli, i pezzi ritrovati di piatti da fidanzamento.
Da guardare con curiosità il tondino di un piatto in bella vista in una teca: vi è decorata un’aquila coronata con le ali abbassate e gli artigli sfoderati. Ha il piumaggio a scacchi neri e gialli: è lo stemma araldico di Elena Conti da Montelanico, moglie di Niccolò III. Visse in queste sale nell’attesa che fossero ultimati i restauri del palazzo di Pitigliano.
Un’ultima, piccola stanza, dalle geometrie singolari. Siamo nella torre occidentale del palazzo. Finestre come feritoie si affacciano sul paese. È affrescata a grottesche. Luogo di meditazione? Studiolo dei conti? Stanza delle riflessioni di Niccolò IV Orsini? No, non era certo il tipo. Prepotente, feroce, arrogante, questo conte cinquecentesco si rinchiudeva nel suo torrione e qui faceva portare le donne che lo colpivano. Era l’alcova della sua violenza, questa stanza? Raccontano che una donna ebrea, Bettina, saliva una segreta scala a chiocciola per raggiungere il letto del conte. Dicono anche che un’altra donna, Antea, riuscì a fuggire e, inseguendola, Niccolò IV cadde in uno dei precipizi che circondavano la fortezza.
Ma gli affreschi di questa stanzetta, riapparsi durante i restauri del 1967, sono leggeri e belli. Due uccelli, un pappagallo e un colibrì (Colombo aveva appena rivelato che esistevano le Americhe), sostano nella stanza. Vi sono, poi, scene mitologiche: il ‘suicidio di Didone’ e, forse, il ‘matrimonio di Enea’ con la stessa Didone. In uno spigolo, vicino a una finestra, è singolare il disegno dello spartito di un madrigale cinquecentesco. Gli esperti sono andati in fibrillazione quando si sono resi conto che qui erano raffigurate le musiche di Domenico Maria Ferrabosco, musicista bolognese, che aveva lavorato su una canzone del Decamerone del Boccaccio. La sua partitura fu edita nel 1542. È una testimonianza unica per le pitture rinascimentali: arte figurativa, musica e poesia raggruppate in un solo disegno. Niccolò IV era un personaggio malvagio, ma i suoi pittori erano geniali.

Gli anni oscuri del Medioevo
Tre piccole sale del Museo della Fortezza, alla destra dell’ingresso, raccontano di un Medioevo lontanissimo. Qui si ritrova la testimonianza di epoche ancora poche conosciute della storia dell’antichità maremmana. Alla Biagiola, territorio di Sovana, scavi archeologici recenti stanno rivelando frammenti di storia longobarda in questa regione ai confini della Toscana.


Documentazione fotografica

sala affreschi
Sorano, La stanza affrescata di Nicolò IV Orsini [2]
spartito
Sorano, Spartito di un madrigale del '500, affresco [3]
piato
Sorano, Piatto con stemma araldico di Elena Conti [4]
albarello
Sorano, Museo del Medioevo e del Rinascimento, Albarello [5]
ampolla
Sorano, Museo del Medioevo e del Rinascimento, Ampolla di vetro [6]

Fonti

Testi e immagini tratti su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016 e da La Maremma dei Musei, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2012.

Fotografie di Archivio Effigi [1] e Guido Cervetti [2,3,4,5,6].

Le immagini si riferiscono a beni culturali conservati presso la rete museale Musei di Maremma e sono qui pubblicate su concessione del Ministero per i beni e le attività culturali - Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per le province di Siena, Grosseto e Arezzo.

Copyright

Il testo di questa scheda è coperto da Copyright e ne è quindi vietata la copia, la riproduzione anche parziale o l'utilizzo con qualsiasi mezzo.
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Inoltre si sottolinea che le immagini di beni culturali pubblicate in questa scheda non possono essere in alcun modo riprodotte senza la preventiva autorizzazione della Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per le province di Siena, Grosseto e Arezzo.

Le Vie Cave

Le vie cave, corridoi stretti e profondi che tagliano i pianori dei tufi, sono ‘infrastrutture’ uniche nella storia dell’antichità italiana. Gli etruschi decisero di tracciare incredibili percorsi, tagliati nella roccia vulcanica, fra i loro villaggi e le necropoli, fra case e campi: nelle epoche più antiche, hanno creato un groviglio di cammini quasi sotterranei, hanno scavato nel tufo con picconi e cunei per secoli e secoli. Erano formiche, gli etruschi, ma hanno compiuto un lavoro da ciclopi. A Sorano, la via cava di San Rocco collega il paese con i campi dei Pianetti e con Sovana. La via cava di San Valentino risale dal Lente fino al podere San Carlo (questa tagliata è conosciuta anche con questo nome) mentre, attraverso la via cava di Case Rocchi(detta anche Laterini) si possono raggiungere le piccole frazioni di Case Rocchi e Vallecastagneta un tempo abitate dal popolo etrusco .
Le vie cave sono umide, il sole non vi penetra ma vi gioca con splendide linee di luce, vegetazioni di muschi e licheni hanno colonizzato le loro pareti. Nei secoli, assicurano gli archeologi, le vie cave sono diventate sempre più profonde. Le acque piovane vennero canalizzate e il passo di uomini e animali le hanno scavate ancor più. Poi sono stati scolpiti scacciadiavoli per proteggere il cammino dei contadini. Le radici degli alberi e le erosioni provocate dalle piogge hanno minato la loro stabilità. Fino alla metà del ‘900, boscaioli e gente delle campagne ne assicuravano un’attenta manutenzione stagionale. Erano i sentieri attraverso i quali si raggiungevano le vigne e gli oliveti. Da qualche decennio sono state abbandonate. E il mondo dei tufi si è fatto più fragile.
Le vie cave sono un dedalo di meraviglia. Sono cammini che sembrano condurre al cielo come nella profondità della Terra. Attorno alla loro storia, si sono confrontati, con durezza, archeologi e appassionati, specialisti del mondo etrusco e cercatori di misteri. Perché gli etruschi hanno compiuto la fatica sovrumana di tagliare rupi di tufo per scolpirvi queste strade?
Hanno solo costruito sentieri, cammini per i campi e per gli insediamenti vicini, hanno tracciato un reticolo di scorciatoie, sostengono gli archeologi. Ma questo labirinto di percorsi a volte inspiegabili non poteva avere anche significati sacri, si chiedono appassionati locali? In fondo erano cammini per le necropoli. Innumerevoli sono i graffiti misteriosi incisi sulle pareti delle vie cave. Segni come talismani? In epoche cristiane, lungo il percorso di queste vie ipogee, sono stati costruite cappelle, oratori e tabernacoli. Strade celesti, in altre parole. Capaci di disegnare una mappa magica ancora da decifrare sul territorio del tufo.
Non saremo capaci di ricomporre lo scontro fra specialisti e divulgatori. Fra l’archeologia ufficiale e chi cerca spiritualità e soprannaturale. Ognuno rimarrà ancorato alle sue certezze. A noi, viaggiatori e viandanti rimane il piacere e la sorpresa di camminare nella penombra delle vie cave, di sfiorare con la mano i muschi e le edere che vi crescono, di risalire rupi altrimenti invalicabili seguendo i passi degli uomini dell’antichità.
Un’ultima premessa: questa terra è figlia delle eruzioni dei vulcani di Bolsena e dei monti Vulsini. Fra 600 e 100mila anni fa, cinque complessi vulcanici sconquassarono i paesaggi fra Toscana e Lazio. Eruzioni immani produssero lave, ceneri e lapilli capaci di ricoprire oltre duemila chilometri quadrati di territorio. Fra i 190mila e i 155 mila anni fa, eruzioni vulcaniche oscurarono il cielo e lasciarono a terra coltri di ceneri, pomici e scorie. È così che ebbero origine gli speroni tufacei di Sorano, Sovana e Pitigliano. I fiumi cominciarono a incidere queste pietre friabili e umide. Il fiume Fiora è uno dei confini fra le ondate vulcaniche prodotte da queste continue eruzioni. Questa è una frontiera geologica: la trachite dell’Amiata e le colline del Fiora cercano di contenere la marea del tufo. La regione di Pitigliano, Sovana e Sorano è un mondo a parte.
Andrea Semplici

Fonti

Testo tratto su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016.

Fotografia di Andrea Semplici [1].

Copyright

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Via Cava di San Rocco

Coordinate: 42.685908 N, 11.710173 E
Sorano
località San Rocco

La via cava di San Rocco collega Sorano con l'omonimo insediamento rupestre. Raggiungete a piedi Sorano, se appena ne avete la possibilità. Solo camminando nella via cava di San Rocco (parte appena dietro la chiesetta) si può avere la sensazione di meraviglia delle Terre dei Tufi. Solo scendendo e risalendo le vie cave si può capire il coraggio e la forza degli uomini, della gente etrusca che le intagliò e la pazienza dei contadini che per secoli e secoli le hanno percorse.
Fino agli anni ’40 del secolo scorso, la gente dei campi di Sorano poteva raggiungere i Pianetti solo attraverso questo cammino. I carri non riuscivano a passarvi, si andava a piedi o in groppa a un asino. Fino agli anni ’70, la tagliata di San Rocco è stata usata, ogni giorno, da chi aveva i campi sul pianoro oltre la valle del Lente. È una via cava tortuosa e aggrovigliata. Scende rapidamente (cento metri di dislivello in poco più di mezzo chilometro di percorso), si attorciglia in tornanti, si apre a bivi e deviazioni, è stata popolata da una vegetazione umida di muschi ed edere. Ben visibili sono le tracce lasciate dal passaggio degli uomini e degli animali. Ancora solide appaiono le opere di regimazione delle acque.
La via cava di San Rocco è una delle più belle ‘tagliate’ etrusche della regione dei tufi. Le sue pareti, in alcuni tratti, sono alte venti metri. Proprio all’inizio s’incrocia con un’altra via proveniente dal poggio delle Rocchette. A metà percorso vi è una grande grotta aperta (si affaccia sul bosco): doveva trattarsi di un luogo sacro, il tufo è inciso da graffiti religiosi (croci, nicchie scolpite in anni cristiani) e segni enigmatici.
La via cava conduce fino alle sponde del Lente. Sorano è sopra le vostre teste. L'ingresso al borgo è la Porta dei Merli.

Fonti

Testo tratto su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016.

Fotografia di Andrea Semplici [1].

Copyright

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Via Cava di Case Rocchi o Laterini

Coordinate: 42.68684 N, 11.714192 E
Sorano

Via Cava di San Carlo o di San Valentino

Coordinate: 42.687179 N, 11.713212 E
Sorano

La Via Cava di San Carlo si trova a nord-est di Sorano e collega il paese con San Valentino.
Seguendo l'itinerario che oltrepassa la Porta dei Merli e che prosegue sul fondovalle, in prossimità del fiume Lente, si attraversano i due ponticelli successivi, tenendosi sulla destra, in direzione di un alto poggio boschivo, segnato in alto dallo scuro ingresso di una grotta rupestre.
Raggiunta la base del poggio, il sentiero si immette nella via cava di San Carlo.
La tagliata raggiunge la sommità dell'altura, dove giacciono i resti di un incastellamento medioevale (il Castellaccio) e numerose tombe rupestri di età etrusco romana.

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Via Cava di Castelsereno

Coordinate: 0 N, 0 E
Sorano

Via Cava di Castelvecchio

Coordinate: 0 N, 0 E
Sorano

La Vegetazione delle Vie Cave

Oltre ad affascinare dal punto di vista storico, culturale e ingegneristico le Vie Cave attraggono il visitatore anche dal punto di vista ecologico-ambientale. Le particolari condizioni climatiche e ambientali sviluppatesi in questi sentieri, hanno determinato un microclima che ha favorito la crescita di piante tipiche di ambienti umidi e ombrosi. Percorrendo le vie cave s’incontrano diversi tipi di felce, presenti soprattutto nella parte più bassa dei percorsi, insieme ad una grande varietà di muschi e licheni che contribuiscono, insieme alla penombra e al silenzio presenti, a rendere questi luoghi particolarmente suggestivi e misteriosi. Un genere assai frequente è poi costituito dalle edere che avvolgono i fusti delle piante presenti ai bordi delle tagliate e che, ricadendo talvolta all’interno dei percorsi assieme alle caratteristiche liane, accrescono la bellezza del luogo. Nella parte alta di queste strade sono presenti piante di alto fusto tipiche della macchia mediterranea quali querce, cerri, frassini e lecci che aggrovigliandosi in alto trasformano queste enormi tagliate in veri e propri tunnel.
Lara Arcangeli

Fonti

Testo tratto su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016.

Fotografia di Andrea Semplici [1].

Copyright

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Necropoli di Pian Casale

Coordinate: 42.683886 N, 11.691557 E
Sovana
Piancasale

A metà strada circa tra Sovana e Sorano, una strada in terra battuta, sulla sinistra (venendo da Sovana), conduce in località Pian Casale (o Poggio Casale), un pianoro che costeggia il fosso del torrente Calesine.
Discendendo nel fondovalle, lungo una via cava che s'addentra nel circostante bosco, si giunge al classico insediamento etrusco, situato presso il punto d'incontro di due corsi d'acqua, alle pendici di un altro sperone di tufo.
Il sito è rimarchevole per la presenza di numerosi sepolcri di età arcaica (V-VI sec. a.C.), tra i quali troneggia imponente un megalitico masso scolpito a edicola, sulla cui sommità è raffigurato in rilievo un grande leone, visto di profilo.
Delle tacche ricavate sul retro del monumento, permettono di arrampicarsi sulla sommità, forse per potervi officiare le prescritte ritualità,
Lo stile alquanto arcaico dell'effige leonina ricorda alcuni tipi di iconologia orientale, mesopotanici o ittiti; è anche possibile un parallelo con la Porta dei Leoni di Micene.

Fonti

Testo tratto dal libro "Le Città del Tufo della Valle del Fiora", Giovanni Feo, Editrice Laurum, Pitigliano, 2016.

Copyright

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Romitorio di San Rocco

Coordinate: 42.686427 N, 11.708775 E
Sorano
località San Rocco
Il Romitorio di San Rocco si trova nel territorio di Sorano poco più in là di dove termina la via cava omonima. Dopo poche decine di metri, proseguendo lungo il percorso diventanto un semplice sentiero di campagna, si arriva dinanzi a una grande e imponente grotta, con l'ingresso preceduto da alcuni gradini. La facciata della caverna, un tempo rifinita con cura, è sormontata da un'edicola sacra di epoca medioevale. Sopra l'edicola, una piccola apertura nella roccia rivela la nascosta presenza di un colombaio. Questo complesso di locali adiacenti, secondo alcune tradizioni orali, è ricordato come il romitorio soranense di San Rocco. L'edicola sacra, le croci incise e le numerose piccole edicole scolpie lungo la via cava, sarebbero i segni lasciati dal passaggio di monaci e religiosi di campagna. In queste grotte trovarono rifugio e da qui portarono il messaggio del Cristo tra gli umili abitanti della selvaggia e isolata campagna soranese.

Documentazione fotografica

romitorio
Sorano, Romitorio di San Rocco: edicola con resti di pittura medioevale [2]
romitorio
Sorano, Romitorio di San Rocco: Scalini e ingresso del romitorio [3]

Fonti

Testo tratto dal libro "Eremiti e Romitori di Maremma", Giovanni Feo, Editrice Laurum, Pitigliano, 2001.

Fotografie di Maurizio Lippi

Copyright

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Poggio dell'Uovo - Sorano

Coordinate: 42.680744 N, 11.6994 E
Sorano

Poggio dell’Uovo è un interessante sito archeologico situato su uno sperone di roccia tufacea di fronte a Sorano dal quale lo separa il canalone del fiume Lente. Vi si accede dalla strada che da Sorano sale verso i Pianetti di Sovana.
Il promontorio di Poggio dell’Uovo, sul suo apice, si presenta come un ampio pianoro disseminato di tracce antropiche. Non è stato ancora eseguito uno studio approfondito che consenta di datarle. La natura di questi manufatti simili a quelli rinvenuti in altre numerose località del territorio, come per esempio nel sito di Pian dei Conati, fanno pensare ad epoca arcaica. Sono tracce di vario tipo, fra cui delle “coppelle” di dimensioni e forme diverse che sembrano mostrare interessanti allineamenti, già oggetto di un primo studio da parte degli esperti di Tages. [si veda il link consigliato].

Documentazione fotografica

poggio dell'uovo
Poggio dell'Uovo - sullo sfondo Sorano [2]
poggio dell'uovo
Sorano, Poggio dell'Uovo - vasca del parto o della dea [3]
poggio dell'uovo
Sorano, Poggio dell'Uovo - tracce antropiche [4]

Fonti

Testo e immagini tratti su concessione da TAGES - Poggio dell'Uovo, Sorano

Copyright

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