L’area che va sotto il nome di Sorgenti della Nova si trova sul confine tosco-laziale, nei comuni di Pitigliano e Farnese. Un luogo di grande fascino paesaggistico e di grande interesse acheologico per le numerose testimonianze preistoriche e protostoriche visibili e ben conservate.
L’area è composta di due parti:
L’insediamento protostorico di Sorgenti della Nova si raggiunge facilmente dalla strada provinciale 25 Pitigliano-Farnese; il Fosso della Nova e la Grotta dell'Utero sono invece meno conosciuti e di difficile accesso, comunque da Nord.
Testi e immagini tratti dal libro "Dalla Preistoria agli Etruschi", Alberto Conti e Giovanni Feo, Edizioni Effigi, Arcidosso, 2016 e da "Geografia Sacra", Giovanni Feo, Edizioni Effigi, Arcidosso, 2015.
Il testo di questa scheda è coperto da Copyright e ne è quindi vietata la copia, la riproduzione anche parziale o l'utilizzo con qualsiasi mezzo.
Tutte le immagini, se non diversamente indicato, sono di proprietà dell'autore e coperte da copyright.
L’insediamento protostorico di Sorgenti della Nova si trova nel comune di Farnese, al confine con il territorio di Pitigliano. Il sito si raggiunge dalla strada provinciale 25 Pitigliano-Farnese, deviando a sinistra per una strada sterrata poco prima di raggiungere la selva del Lamone.
L’abitato protostorico di Sorgenti della Nova è un tipico insediamento di altura, naturalmente difeso, posto tra due fossi confluenti (quello della Varlenza e quello della Porcareccia), nei pressi della sorgente della Nova, da cui prende il nome.
Su questo promontorio, lungo terrazzamenti artificiali, realizzati in antico, si sviluppò un centro protourbano risalente all'Età del Bronzo Finale (XII-X sec, a,C.).
La popolazione protovillanoviana che abitava questo centro presentava forme embrionali di organizzazione, con una distinzione tra ceti egemoni e subalterni.
Alla fine del X sec. a.C. l'abitato venne abbandonato. Sembra che gran parte della popolazione di questo e di altri insediamenti coevi si sia concentrata in un'inica sede di maggiori dimensioni, che viene generalmente identificata con l'area della città di Vulci.
Le pareti scoscese dello sperone fungevano da confine, naturalmente fortificato, ad un insediamento esteso per circa 15 ettari e formato da abitazioni in grotte ricavate artificialmente nel tufo e da capanne con fondazione più o meno incassata nella roccia e pareti realizzate in legno e paglia.
Non conosciamo il numero complessivo delle abitazioni e quello degli abitanti, che comunque era probabilmente superiore al migliaio.
In tutta l'area, le abitazioni e le strutture di uso comune erano a ridoso le une alle altre, cosicché nesuno spazio era utilizzabile per la produzione primaria (agricoltura ed allevamento), che veniva espletata nel territorio circostante.
Non è stato, fino ad oggi, individuato un ambiente con le caratteristiche di una sede di potere; ma sicuramente un abitato di questo tipo doveva aver avuto un riferimento del genere e una struttura o uno spazio all'aperto per le riunioni e per le ceriminie relative al culto.
Gli scavi del sito di Sorgenti della Nova proseguono dal 1976 sotto la dirazione della professoressa Nuccia Negroni Catacchio dell'Università degli Studi di Milano.
Le indagini archeologiche hanno evidenziato numerose abitazioni scavate nella roccia, basamenti di capanne, un'area cultuale, opere idriche, forni per la cottura dei cibi e vari oggetti d’uso come asce, pesi per telai e molti manufatti in ceramica.
Abbandonato nel X sec. a.C. il sito di Sorgenti della Nova tornò ad essere abitato nel Medioevo: sulla sommità della rupe tufacea si innalzano ancora imponenti i resti di una Rocca, di probabile origine longobarda, vicino alla quale gli scavi hanno riportato alla luce i ruderi di una chiesa del XII secolo con cimitero ed alcune abitazioni in grotta.
L’abitato delle Sorgenti della Nova, oltre alla straordinaria importanza storico - archeologica, rappresenta un luogo di incontaminata bellezza naturalistica, una vera e propria oasi dove aironi, poiane, istrici e altre specie faunistiche rare e protette vivono in perfetta simbiosi con l’ambiente da migliaia di anni.
Testo tratto dal libro "Pitigliano - Alla scoperta della città e del suo territorio", Angelo Biondi e Franco Dominici, Edizioni Effigi, Arcidosso, 2013 e dalla cartellonistica del sito.
Fotografie di Luca Bececco e Walter Fioramonti.
Il testo di questa scheda è coperto da Copyright e ne è quindi vietata la copia, la riproduzione anche parziale o l'utilizzo con qualsiasi mezzo.
Tutte le immagini, se non diversamente indicato, sono di proprietà dell'autore e coperte da copyright.
Sulla sommità della rupe, in posizione dominante e isolata sul lato est, si trova una struttura intagliata nel tufo con ampi gradoni che conducono su una piattaforma, che è stata denominata "scala santa".
Alcuni buchi di palo sono allineati lungo la scala e sulla sommità, tanto da far pensare ad una copertura a tettoia. Se pur di difficile interpretazione, la struttura potrebbe essere collegata, almeno concettualmente, agli altari etruschi di età arcaica.
E' possiile quindi che sia da riferire ad una attività di culto che si svolgeva all'interno dell'abitato cui doveva partecipare tutta la comunità.
Testo tratto dalla cartellonistica dell'abitato di Sorgenti della Nova.
Fotografie di Progetto Heba ONLUS.
Il testo di questa scheda è disponibile secondo licenza Creative Commons Attribuzione-Non Commerciale-Non Opere Derivate
Tutte le immagini, se non diversamente indicato, sono coperte da copyright.
Sulla parte più alta del poggio di Sorgenti della Nova si trovano emergenze di età medioevale tra cui una torre, di probabile origine longobarda, una chiesa romanica del XII secolo e un abitato che dovrebbe corrispondere all'abitato medioevale del feudo di Castiglione.
Esso viene citato per la prima volta, in un diploma di infeudazione di Ildebrandino Aldobrandeschi, rilasciato dall'imperatore Ottone IV nel 1210.
Tale documento confermava aIldebrandino e ai suoi eredi tutte le terre che furono del conte Ranieri di Bartolomeo e cioè Pitigliano, Sorano, Vitozza, Sala, Ischia, Farnese, Castiglione, Morrano, Petrella e Castellarsa. Alcuni decenni dopo, con altri feudi, passò ai Fernese.
Tra i resti emersi dagli scavi si segnala la chiesa situata sulla sommità dell'acropoli. Di essa restano il pavimento, alcuni filari di muri, una trincea di fondazione ed un muro di contenemento a Sud. La pianta è rettangolare di dimensioni 20 x 8 metri. L'edificio è orientato approssimativamente in direzione Est-Ovest. L'ingresso, ad Ovest, è preceduto da otto gradini. L'interno, ad una navata, presenta i resti di un presbiterio, separato dal resto dell'edificio, da un muretto ad una quota pavimentale più alta e l'abside elevata ulteriormente di 50-60 cm Nell'area nord occidentale della navata sono stati rinvenuti i resti del fonte battesimale, costituiti da un bacino di pietra con costolature esterne. Nel presbiterio è stato possibile localizzare la posizione dell'altare grazie a due grossi blocchi di nenfro, che dovevano costituirne la base.
Del castello, non ancora scavato, restano i ruderi della torre, che presenta attualmente notevoli crolli. Si tratta di una costruzione realizzata con blocchetti di tufo a cortina, rafforzata agli angoli con pietre basaltiche squadrate; la pianta, quadrangolare, ha una superficie di 8 x 8 metri; i muri si innalzano ancora per una decina di metri, nel punto più alto. Persistono resti di feritoie e finestre, mentre all'interno alcune serie di fori ricordano l'utilizzo di travi per sostenere i tavolati dei vari piani.
Le abitazioni medioevali si trovano sotto la torre, lungo i versanti del promontorio di Sorgenti della Nova, soprattutto in grotta, ma anche all'aperto, con pavimento e parte dei muri in pietra ed alzati in materiale deperibile.
La ceramica ritrovata in esse è anteriore al XIV secolo, periodo di abbandono del sito.
Testo tratto dalla cartellonistica dell'abitato di Sorgenti della Nova.
Fotografie di Progetto Heba ONLUS.
Il testo di questa scheda è disponibile secondo licenza Creative Commons Attribuzione-Non Commerciale-Non Opere Derivate
Tutte le immagini, se non diversamente indicato, sono coperte da copyright.
La sorgente principale della Nova si trova nel mezzo di un campo situato a valle a ovest dello sperone su cui sorge il sito protostorico. Qui l'acqua sgorga da un grottino artificiale, minuziosamente scavato nel XII sec. a.C., dai proto-villanoviani.
Probabilmente la sorgente, oltre a dissetare la comunità, fu sito prezioso e sacro, dove era assiduamente praticato il culto delle acque.
La sorgente, che ha una portata di oltre 100 litri al secondo, si trova praticamente sul confine fra la Toscana ed il Lazio. Poi il fosso, dopo un'ampia ansa, procede sempre lungo il confine verso nord-est.
Testo tratto dal libro "Geografia Sacra", Giovanni Feo, Edizioni Effigi, Arcidosso, 2015.
Fotografie di Andrea Mearelli [2] e di Progetto Heba ONLUS [1,3,4].
Il testo di questa scheda è disponibile secondo licenza Creative Commons Attribuzione-Non Commerciale-Non Opere Derivate
Tutte le immagini, se non diversamente indicato, sono coperte da copyright.
Scendendo dalla Scala Santa nel sottostante fossato artificiale (difensivo) e proseguendo nel campo verso est, si scorge un’insolita collina rocciosa. La sua superficie fu tagliata e scolpita in età antica, forse nell’età del rame, e si presenta come un’area sacra, probabilmente destinata a culti delle acque e degli elementi naturali. Stretti solchi scavati nel suolo collegano la parte alta della collina con la parte più in basso, seguendo un tracciato che interseca, non casualmente, alcuni grandi macigni con vaschette votive.
Il testo di questa scheda è disponibile secondo licenza Creative Commons Attribuzione-Non Commerciale-Non Opere Derivate
Tutte le immagini, se non diversamente indicato, sono coperte da copyright.
Il Fosso della Nova è una forra vulcanica profonda circa cento metri che si trova sul confine Toscana e Lazio.
Sulle alte rupi che svettano sopra il baratro, una sconosciuta civiltà ha lasciato inciso sulla pietra un ricco repertorio di segni primordiali.
Cosa significano questi segni e chi li ha prodotti?
Per ora non c'è una risposta esaustiva, perchè questa antica arte rupestre non è mai stata ufficialmente "scoperta" nè tanto meno studiata.
L'asperità dei luoghi, ricoperti di fitto bosco e dai rovi ha scoraggiato qualsiasi avvicendamento che non fosse quello degli animali selvatici.
Il sito più ricco di segni primordiali è sulla parte alta del fosso della Nova, il versante roccioso esposto a meridione. In alto sulla cima del baratro le rupi sono ricoperte da innumerevoli fori, che rimandano a uno sconosciuto linguaggio simbolico.
Le rupi incise sono visibili anche da lontano, per esempio dal fondo valle, presso la sorgente del fiume Nova: qui l'acqua sgorga da un grottino artificiale, minuziosamente scavato da un popolo del XII sec. a.C., i proto-villanoviani. Probabilmente la sorgente, oltre a dissetare la comunità, fu sito prezioso e sacro, dove era assiduamente praticato il culto delle acque.
Un'esame attento delle rupi ha dimostrato che le cavità di cui sono costellate non sono opere naturali, c'è da chiedersi allora quale fosse la loro funzione.
Una sbrigativa ipotesi è che fossero utilizzate come sepolture rupestri, per deporvi urne cinerarie. L'ipotesi è però insostenibile; le cavità infatti non hanno caratteristiche univoche, si va dai semplici buchi circolari di pochi centimetri ai fori larghi anche quaranta centimetri, e ancora nicchie di forma ellittica, piccole e grandi. In molti casi, inoltre, queste sono situate in posizioni irraggiungibili; per scavarle fu necessario lavorare appesi nel vuoto, il che sembra scoraggiare una loro finalità funeraria.
Quindi più che a motivi di utilità, una simile pratica sembra in relazione con la sfera del sacro e del culto.
La particolare disposizione simmetrica dei fori e delle nicchie è uno degli elementi più enigmatici.
Numerose sono le cavità allineate secondo una visibile successione, a distanza regolare l'una dall'altra, così da formare sequenze e figurazioni, la più ricorrente è composta di tre fori di cui uno, il primo o il terzo, è spostato lateralmente, pur mantenedo la stessa distanza dagli altri due. Il segno ricorda la cintura di Orione, ovvero la parte centrale della costellazione di Orione, il Cacciatore, uno tra i più diffusi segnacoli della volta notturna presso tutte le antiche civiltà mediterranee.
Questa però è solo una congettura; è invece evidente una connessione tra questi siti rupestri e il tragitto del sole.
L'esposizione verso sud-est è la più ricorrente, il cammino dell'astro di luce e la regione meridionale furono intenzionalmente scelti come privilegiati settori di riferimento spaziale. Un secondo tipo di orientamento, anche questo rinvenibile in più siti, è verso il settore ovest. In almeno cinque siti il modello si ripete:un grottino ovale sull'estremità della rupe tutta costellata di fori, coppelle e nicchie ellittiche, e poi il sole del tramonto che puntualmente indora e rosseggia sulle pareti di tufo.
Un'altra ipotesi è che in questi antichi luoghi sacri sia stata praticata una forma di culto con gli elementi naturali: il sole, la pioggia fecondatrice, il vento, il potere della pietra lavica.
Sopra e intorno alle grandi rupi sono visibili sul terreno dei canali scolpiti per la defluizione delle acque piovane, la loro larghezza varia dai dieci ai cinquanta centimetri. Il reticolato di canalizzazioni si estende su tutta l'area e sembra servisse a due scopi: far defluire l'acqua a dispersione verso il fondo valle e bagnare le rupi con le cavità scolpite. Perchè fosse necessario bagnare le rupi è stato in parte già spegato; attraverso il potere fecondante dell'acqua si rendeva attivo il potere della roccia.
da sviluppare
Testi e immagini tratti dal libro "Geografia Sacra", Giovanni Feo, Edizioni Effigi, Arcidosso, 2015.
Fotografie di Luca Bececco [2,3,4,5] e di Giovanni Feo [1,6,7,8].
Il testo di questa scheda è coperto da Copyright e ne è quindi vietata la copia, la riproduzione anche parziale o l'utilizzo con qualsiasi mezzo.
Tutte le immagini, se non diversamente indicato, sono di proprietà dell'autore e coperte da copyright.
In prossimità delle Sorgenti della Nova si trovano una serie di monumenti scavati nel tufo, a dimostrazione dell'intensa frequentazione di tutta l'area da parte dell'uomo, in epoca molto antica.
Da segnalare la Grotta dell'Utero (Sorgenti della Nova, fosso Varlenza) nelle cui vicinanze sono stati rinvenuti ceramica e manufatti dell'età del Rame.
La grotta, affacciata sul dirupo del fosso del fiume Nova, riproduce all'interno quello che sembra un realistico utero femminile.
Dell'acqua, quando piove, si raccoglie in un pozzetto situato nel punto più profondo del locale, per poi fuoriuscire attraverso un lungo canale di scolo.
E' evidente la presenza di un arcaico culto dell'acqua.
La grotta è vicina ad una cospiqua serie di siti che paiono coevi; tutti situati sull'alto delle rupi che costeggiano il fosso del fiume Nova, sul versante esposto a sud.
Si tratta di un susseguirsi di rocce di sommità scolpite con nicchie, fori, cavità ellittiche, piccoli grottini, probabilmente dedicati al culto, con ricorrenti orientazioni verso sud ed ovest.
Una gemella della Grotta dell’Utero di Fosso della Nova è la grotta santuario di Tangarduk Kaya che si trova nella regione di Kardzhali, in Bulgaria. Secondo gli archeologi si tratta di una grotta artificiale, costruita, seguendo una fessura tettonica, tra la fine dell' Eneolitico e l'inizio dell’Età del Bronzo e dedicata al culto della Gran Madre.
Testi e immagini tratti dal libro "Dalla Preistoria agli Etruschi", Alberto Conti e Giovanni Feo, Edizioni Effigi, Arcidosso, 2016.
Fotografie di Giovanni Feo [1-4] e di Filipov Ivo - Own work, CC BY-SA 4.0, [5].
Il testo di questa scheda è coperto da Copyright e ne è quindi vietata la copia, la riproduzione anche parziale o l'utilizzo con qualsiasi mezzo.
Tutte le immagini, se non diversamente indicato, sono di proprietà dell'autore e coperte da copyright.
Copyright © Progetto Heba Associazione Onlus · Codice Fiscale 91021990535