Per almeno tre secoli, dalla metà del ‘500 e i primi del ‘900, qui visse una piccola comunità ebraica. Fu una migrazione forzata dalle terre dello Stato Pontificio. Fra 1555 e il 1593 gli ebrei vennero espulsi da rabbiose bolle papali. Varcarono il confine con la Toscana e si stabilirono sulla frontiera della Maremma, allora ancora in mano degli Orsini. Si insediarono a Pitigliano e, una comunità più ridotta, arrivò a Sorano. Città-rifugio, così isolate e lontane, per gente in fuga. Una giovane donna ebrea, Brunetta, figlia di Ricca, non sfuggì al desiderio di Niccolò IV, il despota del paese: ne divenne l’amante e per raggiungere il conte doveva salire, attraverso un scala segreta, fino alla piccola stanza del torrione ottagonale della Fortezza.
A dar retta a un censimento del 1608, a Sorano vivevano sessantuno ebrei. Una quindicina di famiglie. Nel 1612, alla comunità ebraica fu imposta una tassa per la costruzione di una fonte pubblica e per pagare i salari della ‘polizia’ locale. Per contrappasso, una famiglia ebrea prestava denaro, altri erano mercanti di stoffe, metalli e spezie. Nel 1619, i Medici li rinserrarono in un ghetto: le loro case dovevano essere ‘invisibili’, lontano dalle chiese e fuori dagli itinerari delle processioni.
Gli ebrei di Sorano s’impoverirono: furono secoli di segregazione, di miseria e di contrasti con il clero cristiano. Gli ebrei furono costretti a indossare una berretta rossa per essere riconosciuti. Agli inizi del ‘700, la comunità non fu più in grado di pagare le imposte. Nel 1777 solo due famiglie, i Sadun e i Servi, abitavano ancora a Sorano. Ai primi del ‘900, nessuno ebreo viveva più a Sorano.
Vi era una piccola sinagoga (il piccolo edificio di via Giovanni Selvi oggi ospita mostre ed esposizioni) e un forno per le azzime, il pane non lievitato. Un portone, all’ingresso del quartiere ebraico, veniva chiuso ogni sera.
Testo tratto su concessione dal libro: Musei di Maremma - Il grande Museo di Sorano, Andrea Semplici, Edizioni Effigi, 2016.
Fotografia di Andrea Semplici [1].
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