Pieve delle Sante Flora e Lucilla

Coordinate: 42.830605 N, 11.586554 E
Santa Fiora
Terziere di Castello

La Pieve delle SS. Flora e Lucilla fu edificata nel XIV secolo e conserva un carattere architettonico romanico-gotico.
La chiesa mostra una facciata a capanna divisa orizzontalmente da una cornice, sulla quale sono inseriti un elegante rosone in travertino a ruota e uno stemma in marmo degli Sforza e dei duchi di Segni del XVI secolo.
Alla fine del Settecento, durante i lavori di ampliamento e ristrutturazione, fu collocato sulla facciata il portale cinquecentesco, originariamente del Cappellone del SS. Sacramento (ex Cappella Sforza). Nella stessa occasione, venne modificata ed ampliata la originaria struttura ad una navata con l'aggiunta di due navate laterali, divise da archi a tutto sesto su grossi pilastri.
L'interno, coperto da capriate lignee e culminante con un'abside rettangolare, conserva una pregevole collezione di ceramiche robbiane uno dei rari esempi di arte fiorentina nell'area amiatina, artisticamente e culturalmente terra senese.

Le Robbiane

Nella produzione artistica del Rinascimento, la manifattura robbiana rappresentò, come sostenne Giorgio Vasari, «un’arte nuova, utile e bellissima».
L’inventore di questa nuova arte, Luca Della Robbia (Firenze 1400? - Firenze 1482), perfezionò e modificò la tradizionale plastica fittile dotandola di un rivestimento ceramico desunto dai procedimenti in uso per la maiolica (uno smalto stannifero solidificato in seconda cottura, colorato con ossidi metallici) riuscendo a donare alla terracotta nuovi valori espressivi e considerevoli vantaggi pratici.
«La scultura invetriata si configurava come un ‘genere’ artistico originale ed autonomo. Infatti queste “nuove sculture” risultavano tali che non le “potesse offendere né acqua né vento”, così da dichiararle “quasi eterne”, e particolarmente “vaghe” in quanto lo smalto, candido o colorato, conferiva all’immagine una bellezza inusitata. Una purezza cromatica e un’intensità luminosa cariche di allusioni preziose e implicazioni simboliche, che introducevano nella scultura valori tradizionalmente apprezzati nelle raffigurazioni a mosaico». L’arte di Luca venne in seguito ereditata e reinterpretata all’interno di una bottega a gestione familiare che vide susseguirsi ben tre generazioni di artisti: dopo Luca, il nipote Andrea (a cui sono attribuite le opere santafioresi) e i suoi cinque figli.
Le robbiane di Santa Fiora, realizzate nell’arco di quasi un trentennio (il Trittico posto sulla fiancata sinistra risale al 1464, ma l’insieme degli arredi robbiani fu completato negli anni Ottanta del Quattrocento con il Battesimo di Cristo per il battistero, un pulpito con formelle raffiguranti l’Ultima Cena, la Resurrezione e l’Ascensione di Cristo, una pala con la Madonna della Cintola, fra i santi Fiora, Tommaso, Francesco e Giorgio, e altri arredi minori).
Il programma iconografico, come in molti altri casi, dovrebbe essere stato concordato con la stessa committenza, gli Sforza di Santa Fiora. È quindi probabile che molti dei riferimenti figurali, simbolici, agiografici, pervenissero da precise richieste avanzate in conseguenza a volontà celebrative, desideri individuali, funzioni politiche: le arti figurative, infatti, erano allora un potente strumento di comunicazione, e il loro linguaggio diretto era comprensibile ai più, anche a gran parte degli analfabeti in grado di interpretare almeno in superficie l’idioma delle immagini. Attributi di santi e valori simbolici, risultavano infatti allora meno ermetici di quanto invece possano essere per un viaggiatore moderno, per turisti dei nostri giorni.
Si consiglia di iniziare la visita da sinistra (rispetto all’ingresso) avvertendo, però, che la disposizione attuale non è quella originaria voluta dagli Sforza: le robbiane sono state più volte spostate e ricollocate in forma casuale, piuttosto che secondo una logica cronologica o tematica e artistica.
La prima robbiana che si incontra, davanti al fonte battesimale, è la tavola del Battesimo di Gesù, contornata da un festone di fronde e frutti (tra i quali si nota la mela cotogna simbolo della famiglia Sforza) che si alternano in maniera pittoresca e naturalistica. Il rilievo con la scena sacra ha una struttura essenziale: i personaggi, due angeli che sorreggono le vesti del battezzato, il Cristo ed il Battista, sono inseriti in un paesaggio suggerito sobriamente da rocce e alberi. La scena è chiusa in alto dalle braccia aperte dell’Eterno Padre che rivela al mondo il Figlio Salvatore (Hic est filius meus dilectus in quo manifestavi) su cui fa scendere lo Spirito Santo sotto forma di colomba.
Le mattonelle – con motivi geometrici illusionistici o con motivo tessile – collocate nel pavimento della pala del Battesimo e quelle casualmente sistemate (come dimostra anche la mela cotogna rovesciata) a corredo e abbellimento del Crocifisso della navata destra sono anch’esse opere della bottega dei Della Robbia, e facevano parte, probabilmente, dell’originario pavimento della Cappella Sforza. Proseguendo verso l’altare maggiore, nella seconda campata di sinistra è collocata la pala della Madonna della cintola, ricca di componenti e di grande effetto scenografico. La Vergine dona la cintura all’apostolo Tommaso mentre è innalzata al cielo da sei angeli. Alla scena sacra assistono devotamente alcuni santi, tra cui, secondo alcune ipotesi, santa Flora, riconoscibile per la palma (simbolo del martirio) in mano, san Francesco e san Michele (particolarmente venerato a Santa Fiora). Interessante la predella dove sono raffigurate scene della vita di Cristo (la “disputa nel tempio”, il “battesimo” e il “compianto”) e sui lati estremi lo stemma della famiglia committente.
Le lesene laterali, con fregio e testine di cherubini, ospitano ciascuna tre figure di santi (bianche sul fondo azzurro), sospese su nuvolette tra i quali si riconoscono: san Sebastiano, san Giovanni evangelista, san Leonardo (a sinistra), san Raffaele e san Tobiolo, e altri.
Questa pala si trovava, fino a qualche decennio fa, alle spalle dell’altare maggiore, come documenta, tra l’altro, un brano letterario di Mario Pratesi:

Pensava alla chiesa antica della contea dove si maritano le fan-ciulle, davanti alla Madonna che sta in coro, sopra l’altar maggiore. L’attorniano testine alate di pargoletti, e lei si china a porgere, tutta mesta, la sua cintura ad un santo, inginocchiato come un amante, a’ suoi piedi. Altri angeli levano in paradiso, ventilando le vesti e le ali, una laude gloriosa, i santi in terra pregano con desio, e il sommo Dio Padre, dalla lunetta, alza l’eterna mano a benedir tutti...
A sinistra dell’altare maggiore è posto invece il tabernacolo degli olii santi, con l’Eterno Padre in gloria fra i cherubini che benedice dall’alto a braccia aperte, mentre due angeli adoranti si trovano ai lati della porticina (l’originaria porticina in legno è stata recentemente sostituita da un panno ricamato).
Nella navata centrale, addossato ad un pilastro, troviamo il pulpito formato da tre bassorilievi sostenuti da colonne di pietra serena: nel pannello centrale è raffigurata l’Ultima cena con Cristo attorniato dagli apostoli; gli altri pannelli raffigurano la Resurrezione,con il Cristo vincitore sulla morte che resuscita dal sepolcro, e l’Ascensione, con il risorto che sale al cielo di fronte agli apostoli e alla madre.
Nella parete di destra si trova il Crocifisso detto di San Biagio, originariamente collocato nella cappella del cimitero (come nota il Santi, non si comprende liturgicamente la presenza del Crocifisso in una nicchia isolata priva d’altare).
Proseguendo verso l’uscita si trova un’altra pala d’altare strutturata in forma di trittico, con al centro l’Incoronazione della Vergine e, ai lati, San Francesco stimmatizzato (a sinistra) e San Girolamo penitente (a destra). Le scene sono sormontate da festoni naturalistici con fronde e frutta. Nella predella sono rappresentate le scene dell’Annunciazione, della Natività e dell’Adorazione dei Magi.
Un’attenzione e un’osservazione particolari meritano i festoni (si noti, ad esempio, la presenza di frutti tipici come le castagne) che ornano le pale robbiane, e le forme e i motivi delle lesene. Interessanti le simbologie: la mela cotogna (oltre che stemma araldico degli Sforza) è un simbolo d’amore e di fertilità; il cetriolo, simboleggia la perdizione umana ed il peccato, ma associato ad una figura sacra indica la salvezza (fuga dal peccato); le rose e i gigli simboleggiano virtù e purezza.

Documentazione fotografica

Madonna della cintola
Santa Fiora, Pieve delle Sante Flora e Lucilla. Madonna della Cintola [3]
Battesimo
Santa Fiora, Pieve delle Sante Flora e Lucilla. Battesimo di Cristo [4]
della robbia
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della robbia
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dele robbia
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Fonti

Testi e immagini tratti su concessione dal libro: Santa Fiora - Invito alla scoperta del centro storico e del territorio, Lucio Niccolai, Edizioni Effigi, Arcidosso, 2009.

Fotografie da Archivio Effigi.

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